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May 01 Trovate qualche differenza tra la folla che applaudiva Hitler e quella che applaude Gentilini? Il commissario europeo per i diritti umani censura lo Sceriffo
«Gentilini maestro di xenofobia»Fabio Poloni
Un rapporto al Consiglio d’Europa cita come esempi di razzismo le frasi
pronunciate alla festa della Lega a Venezia
TREVISO.
L’Italia criminalizza l’immigrazione irregolare e Giancarlo Gentilini è
tra i cattivi maestri. Il vicesindaco di Treviso viene citato tra gli
esempi di tendenza al razzismo e alla xenofobia in un rapporto scritto
da Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio
d’Europa. Il rapporto esprime «deep concern», profonda preoccupazione,
per la criminalizzazione dell’immigrazione irregolare, definita
«sproporzionata, che va oltre gli interessi a tenere sotto controllo i
confini». Nelle 25 pagine del rapporto redatto da Hammarberg vengono
citati alcuni casi di quella che viene definita una crescente tendenza
al razzismo e alla xenofobia. Secondo il commissario, ciò che suscita
una particolare inquietudine è il fatto che tale clima di intolleranza
nei confronti di gruppi etnici o sociali deboli e vulnerabili è
talvolta incoraggiato dalle dichiarazioni di alcune personalità
politiche. Tra queste, Gentilini: il commissario ha segnalato come
particolarmente preoccupanti le dichiarazioni del vicesindaco di
Treviso rilasciate nel settembre 2008, in occasione della festa della
Lega. Il richiamo. Il «deep concern» espresso dal
commissario è la formula diplomatica che indica situazioni di
particolare gravità. Il rapporto nasce dalla visita in Italia a metà
gennaio per verificare il rispetto dei diritti umani dei migranti e
delle minoranze. Dai campi Rom della periferia romana al sovraffollato
centro di espulsione di Lampedusa, il commissario - come riporta
Repubblica.it - ha voluto vedere con i propri occhi le condizioni in
cui sono tenute queste persone. Le preoccupazioni che ne ha ricavato
riguardano innanzitutto i nuovi provvedimenti in materia di
immigrazione e asilo, che nel rapporto sono definiti «draconiani», come
l’aumento della pena per gli irregolari, la cosiddetta aggravante di
clandestinità, oppure l’obbligo per i medici di denunciare chi ha
bisogno di cure ma non ha i documenti. Una simile politica, secondo il
commissario, provoca «ulteriore stigmatizzazione ed emarginazione dei
migranti, nonostante la maggioranza di questi contribuisca allo
sviluppo delle società europee». Le parole. Questi
alcuni passi del discorso di Gentilini alla festa della Lega del
settembre 2008: «Voglio la rivoluzione contro i clandestini, voglio la
rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari. Io ne ho
distrutti due a Treviso. E adesso non ce n’è più neanche uno. Se Maroni
ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero. Voglio
la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri
islamici. Qui comprese le gerarchie ecclesiastiche, che dicono:
lasciamoli pregare. No, vanno a pregare nei deserti! Aprirò una
fabbrica di tappeti per darglieli, ma che vadano a pregare nel deserto.
Islamici, che tornino nei loro paesi. Io voglio la rivoluzione contro
chi vorrebbe dare il voto agli extracomunitari. Non voglio vedere neri,
marroni o grigi che insegnano ai nostri bambini. Cosa insegneranno, la
civiltà del deserto? Il voto spetta solo a noi».
April 30
Ricevo una lettera scritta da Laura, giovane studentessa
universitaria di Colle di Roio, paesino colpito dal terremoto. Il testo
mette in luce il punto di vista di chi il terremoto lo ha subito e, al
di là dei proclami e la propaganda del governo del tipo "tutto sotto
controllo" che tutti i giornali e le televisioni si sono affrettati a
divulgare senza il minimo spirito critico, sta sperimentando come
funzioni in realtà la macchina degli aiuti... ( E' la stessa Laura che mi chiede di far circolare il più possibile la sua lettera, come potrete leggere nelle ultime righe)
29 Aprile 2009 -- http://www.facebook.com/home.php#/note.php?note_id=75121313067&id=1342523796&ref=nf "Ciao a tutti, oggi è il 20 aprile 2009.
Per molti Abruzzesi lo sguardo è congelato all’alba del 6 Aprile 2009.
Io, fisso il mio sull’ennesimo sorriso paterno e rassicurante del
nostro Presidente del Consiglio, che campeggia sul paginone centrale de
Il Centro, quotidiano locale e che ancora una volta (pure quando un
minimo di decenza richiederebbe moderazione), fa sfoggio di capacità ed
efficienza facendo grandi promesse nella speranza che si dimentichi il
prima possibile (si sa gli italiani hanno memoria moooolto corta), che
fino al 5 aprile nel meraviglioso piano casa che si intendeva vararare
a imperitura soluzione della crisi economica, di norme antisismiche
nemmeno l’ombra".
"Vi scrivo da Colle di Roio (Aq) uno dei paesini colpiti dal
sisma del 6 aprile 2009. Il mio paese... Trovo molto difficile fare
ordine nel turbinio di pensieri che mi gonfiano la testa, ma ci
proverò. E scrivo questa nota perchè credo che solo uno strumento quale
la rete permetta di conoscere altre verità, senza mediazioni se non
dell’autore".
"Il nostro campo è abitato da circa trecento persone, distribuite in
una quarantina di tende. Tornati da una vacanza mai iniziata, assieme a
Pierluigi, abbiamo cercato di dare un contributo alle attività di
gestione della tendopoli che, nel frattempo, (era passata già una
settimana dall’inaspettato evento), era andata sviluppandosi".
"Come sapete non sono un tecnico, nè ho una qualche esperienza
di gestione logistica e di personale in situazioni di emergenza e
quanto vi racconto può essere viziato da uno stato di fragilità emotiva
(immagino mi si potrà perdonare). Il fatto è, che a fronte di uno
sforzo impagabile profuso da molte delle persone presenti nel nostro
campo, (volontari della protezione civile, della croce verde/rossa,
vigili del fuoco, forze di polizia etc...), inarrestabili fino allo
sfinimento, ci siamo trovati, o sarebbe meglio dire ci siamo purtroppo
imbattuti, nella struttura ufficiale della Protezione Civile stessa e
nel suo sistema organizzativo".
"La splendida macchina degli aiuti, per quanto ho visto io, poggia
le sue solide e certamente antisismiche basi, sulle spalle e sulle
palle dei volontari; il resto da’ l’impressione di drammatica
improvvisazione. E non perchè non si sappia lavorare o non si abbiano
strumenti e mezzi, ma semplicemente ed a mio parere, perchè si è
follemente sottovalutato il problema fin dall’inizio".
"Se vero che il terremoto non è prevedibile è altrettanto vero che
tutte le scosse precedenti (circa trecento più o meno violente prima
dell’inaspettato evento) dovevano rappresentare un serio monito. Perchè
non è servito il fatto che due settimane prima del sisma alcuni palazzi
presenti in via XX settembre a L’Aquila, poi miseramente sventrati,
erano già stati transennati perchè le scosse che si erano susseguite
fino a quel momento (la più alta di 4° grado, quindi poca cosa...)
avevano fatto cadere parte degli intonaci e dei cornicioni...>/i>"
"Una persona minimamante intelligente, a capo di una struttura così
grande quale la protezione civile, avrebbe dovuto schierare i propri
uomini alle porte della città, come un esercito, pronto a qualsiasi
evenienza. Ed invece mi trovo a dover raccontare che le prime venti
tende del nostro campo se le sono dovute montare i cittadini del paese
(ancora stravolti dal sisma), con l’aiuto di una manciata di
instancabili volontari, che manca un coordinamento tra i singoli gruppi
presenti, che la segreteria del campo (che cerchiamo di far
funzionare), è rimasta attiva fino a ieri con un Pc portatile di
proprietà di mia proprietà, acquistato "sia mai dovesse servire", e con
quello di un volontario; che siamo stati dotati di stampante e telefono
ma per la linea Adsl (in Italia ancora uno strano coso...) stiamo
ancora aspettando e quello che siamo riusciti a mettere in piedi è
merito dell’intelligenza di qualche giovane del posto e dei suoi
strumenti tecnici; che abbiamo dovuto chiamare chi disinfettasse e
portasse via mucchi di vestiti perchè arrivati sporchi e non
utilizzabili; che che fino dieci giorni dal sisma avevamo un rubinetto
per trecento persone, nessuna doccia, circa 20 bagni chimici e nessun
tipo di riscaldamento per le tende".
"Vi ricordo che in Abruzzo e a L’Aquila in particolare la primavera
fatica ad arrivare e che anche in queste notti la temperatura continua
ad essere prossima prossima allo zero. Non ci si può quindi stupire che
molte persone, la maggior parte delle quali anziane (e non tutte con la
dentiera...), cocciutamente ed in barba alle direttive che vietano di
rientrare nelle case, contiunano a fare la spola dalla tenda al bagno
di casa".
"Potreste obbiettare che tutto sommato e visti i risultati raggiunti
nel seguire più di quarantamila sfollati questi problemi sono
inevitabili e bisogna solo avere pazienza. Condivido il ragionamento".
"Quello che mi lascia stupito, che la gente non sa e che gli organi
di informazione si guardano bene dal dire è che tutta la macchina si
basa all’atto pratico, sulla volontà ed il cuore di persone che
lasciano le loro case e le loro famiglie e che non pagate, cercano di
ridare un minimo di dignità e conforto a chi, a partire dalla propria
intimità, ha perso tutto o quasi. La protezione civile che molti
immaginano (alla Bertolaso per intenderci) non esiste nei campi, almeno
non nel nostro. I volontari si alternano, perchè obbligati ad andarsene
dopo circa 7 giorni".
Cosa comporta tutto questo?
"Che ogni settimana si vedono facce nuove con la necessità di
ricominciare a conoscersi ed imparare a coordinarsi, che il capo campo
cambia anche lui con gli altri e quindi può avere esperienza o meno,
che spesso, ed è il nostro caso, la gestione di alcune attività è
affidata ai terremotati perchè non viene inviato personale apposito,
con inevitabili problemi, invidie acrimonie e litigate tra...poveri".
Volete un esempio cristallino della disorganizzazione?
"La nostra psicologa, giunta al campo per propria cocciuta volontà,
è rimasta anche lei solo una settimana. Vi immaginate quale può essere
l’aiuto ed il sostegno che una persona addetta può dare e quale fiducia
può risquotere per permettere alle persone di aprirsi, se cambia con
cadenza domenicale??? A questo si aggiungano l’inesperienza di molte
persone (spesso e per fortuna sconfitta dalla volontà di far bene) e le
tristi e umilianti dimostrazioni di miseria umana che ci caratterizzano
e che risultano ancora più indecenti ed inaccettabili in casi di
emergenza".
Qualcosa di buono però ragazzi l’ho imparato.
"Ho imparato che per la richiesta di materiale devo inviare un
modulo apposito e che a firmare lo stesso non deve essere il capo
campo, la cui responsabilità, fortuna sua, è solo quella di gestire
trecento vite, trecento anime, più tutti coloro che ci aiutano dalla
sera alla mattina, ma serve il visto del Sindaco, oppure del presidente
di circoscrizione oppure di un loro delegato (pubblico ufficiale). Noi
dopo aver speso due giorni per individuare chi dovesse firmare questi
benedetti moduli, sappiamo che dobbiamo prendere la macchina e quando
serve (ovviamente più volte al giorno), raggiungerlo al comune".
Un’ultima noticina.
"Due giorni fa la Protezione civile si è riunita con gli esperti, ed
ha ritenuto che non vi siano motivi di preoccupazione relativamente
alle dighe abruzzesi (la terra trema ogni giorno). Ora ricordandomi che
analoga sicurezza era stata espressa all’alba di una scossa di quarto
grado e pochi giorni prima che il nostro inaspettato evento facesse
trecento morti e azzerasse l’economia e la vita di migliaia di
persone...ho provveduto, poco elegantemente, ad eseguire il noto gesto
scaramantico..."
Però dei regali li ho ricevuti".
"Sono le lacrime di molte delle persone che hanno lavorato alla
tendopoli, trattenute a stento nel momento dei saluti; sono le parole e
gli sguardi dei vecchi del paese, che mescolano dignità e paura,
coraggio e rassegnazione, senza mai un lamento".
Un’altra cosa.
"Vi prego chiunque di voi possa, prenda il treno l’aereo o la
macchina e si faccia un giro per L’Aquila e d’intorni. Le tendopoli non
sono tutte come quelle a Collemaggio. Scoprirete il livello di falsità
che viene profuso a piene mani dagli organi di comunicazione oramai
supini e del livello di indecenza del ns presidente del consiglio che
prima con lacrime alla cipolla e poi con sorrisi di plastica
distribuisce garanzie e futuro a chi, vivendo in tenda e saggiando
sulla pelle la situazione sa, che sono tutte palle".
"I morti sono serviti subito per mostrarsi umano e vicino alle
famiglie,
 ma ora è meglio dimenticarli in fretta..Via via..nessuna
responsabilità, nessun dolo. I pm sono dei malvagi.. ricostruiamo in
fretta.. forza la vità e bella, vedrete, tra un mese sarete tutti a
casa... Conoscete i nomi delle famiglie che doveva ospitare nelle sue
ville?
Le virtù umane travalicano gli eventi, le sue miserie non hanno
confini".
Se volete vi prego fortemente di inviare questa mail a quanti vi
sono amici. La stampa nazionale si è guardata bene dal pubblicarla.
Un saluto a tutti
Laura
Chi vuole essere libero come un aquilone senza filo,
potrà mai volare assieme ad un altro aquilone?
Gli aquiloni volano assieme solo se sono legati a un filo.
April 10 Il dramma del terremoto non spegnerà i sentimenti spirituali propri della Pasqua:
lo afferma l’arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte.
Paradossalmente, li intensificherà. Perché, se c’è un messaggio che il Vangelo ci dona come centro e cuore della nostra fede, è proprio che Dio non è lontano da chi soffre, anzi, ha fatto sua la sofferenza del mondo.
Certo, la grande domanda
"perché Dio permette questo?"
tornerà, tornerà nelle nostre preghiere, nelle nostre riflessioni.
Ma tornerà anche la certezza che Dio non abbandona il suo popolo nell’ora della prova e che Dio accoglie nelle sue braccia di misericordia quanti sono stati vittime di questo cataclisma naturale.
Non dimentichiamo che l’ateismo moderno da molti viene fatto nascere con il terremoto di Lisbona del 1755, le riflessioni del poema di Voltaire su quel terremoto che, appunto, ragionavano dicendo: “Se c’è Dio ed è onnipotente, perché non è anche buono ed impedisce quello che sta succedendo?”.
Ma questo è troppo facile a dirsi, perché il Dio di cui noi siamo testimoni è ben altro dal Grande Burattinaio del mondo: è un Dio che ha fatto sua la croce e la sofferenza, anche la croce delle nostre incapacità a prevedere, a conoscere, Come dire: un Dio che ci chiama all’umiltà.
Ma credo che anche una scienza seria, rigorosa, non possa che sentirsi profondamente chiamata all’umiltà davanti a questi danni che essa non riesce a prevedere e a controllare.
http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=278582
I sopralluoghi dei tecnici: "Fondamenta sono state corrose dal sale" L'Ance: "Cacceremo i colpevoli". A rischio gran parte della edilizia del sud
Il fragile cemento delle case d'Abruzzo "Lo hanno riempito di sabbia del mare"
di CARLO BONINI
http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/sisma-aquila-3/sabbia/sabbia.html
CI hanno raccontato della furia del terremoto e non ci hanno spiegato che l'Abruzzo, come una parte consistente del Paese, soprattutto nel centro-sud, è seduto su un letto di cemento impastato con sabbia di mare. Imbracato da un'anima di ferro che il sale di quella sabbia si è mangiato con il tempo, rendendolo sottile e fragile come uno stuzzicadenti.
Un portavoce di "Impregilo" (già gruppo Fiat e oggi gruppo Benetton-Gavio-Ligresti) ha spiegato ieri che quella che è oggi tra le principali imprese di costruzione del Paese (è capofila per la costruzione per il ponte sullo stretto di Messina) si aggiudicò è vero nel 1991 la gara per la messa in funzione dell'ospedale San Salvatore dell'Aquila, ma è "estranea alla realizzazione delle opere di cemento armato". Che non fu lei, ma "altri, nei primi anni '80", ad impastare il calcestruzzo di quello che, dall'alba di lunedì, è il simbolo accartocciato della vergogna. Ma, evidentemente, c'è di più del San Salvatore nella catastrofe abruzzese. Racconta oggi Paolo Clemente, ingegnere della task force Enea-Protezione civile al lavoro tra le macerie dell'Aquila, che gli edifici di nuova costruzione - e per "nuova" è da intendersi fino a trent'anni - sono implosi tutti allo stesso modo. Si sono prima "seduti" sulle proprie fondamenta per poi accartocciarsi al suolo sotto il proprio peso. Di più. "Per quello che è stato sin qui possibile vedere attraverso la ricognizione tra le macerie - spiega - il collasso dei piani bassi è stato prodotto dallo schianto dei pilastri in cemento".
Perché? Paolo Buzzetti, presidente dell'Associazione nazionale costruttori edili (Ance), è persona seria. E la mette così. "Se parliamo di sollecitazioni di grado e accelerazione pari a quelle registrate all'Aquila, il cemento armato, se fatto a regola d'arte, deve reggere. Non si discute". Dunque, non è neppure un problema di rispetto di norme antisismiche. È un problema di cemento. Paolo Clemente è d'accordo. "Purtroppo è così - dice - Quel cemento non era di qualità". Incapace di assorbire e disperdere energia, si è sfarinato come pasta frolla non appena investito da una forza di accelerazione che - spiegano gli addetti - è stata, domenica notte, tutt'altro che irresistibile. "Un buon cemento - dice l'ingegnere Alessandro Martelli, responsabile della sezione Prevenzione Rischi Naturali dell'Enea, professore di Scienza delle costruzioni in zona sismica all'università di Ferrara - deve essere in grado di sostenere un carico che oscilli almeno tra i 250 e i 300 chilogrammi per centimetro quadrato. Questa è la regola che dovrebbe valere anche per edifici non proprio recenti. Diciamo dal '70 in poi".
Non è sempre così. Anzi, molto spesso non è così. Qualche nome. Qualche luogo. Nel 2003, dopo il terremoto che nell'anno precedente ha devastato Molise, diverse regioni e comuni italiani sottopongono a verifiche statiche gli edifici scolastici. In Molise, il cemento del liceo "Romita" di Campobasso non regge più di 46 chilogrammi per centimetro quadrato (è sei volte sotto la norma). In Sicilia, a Collesano, nell'entroterra di Cefalù, i pilastri della scuola superiore non vanno oltre i 68 chilogrammi per centimetro quadrato. L'asilo, i 12 chilogrammi per centimetro quadro. Il cemento - ricorda oggi chi condusse l'ispezione - si bucava con la semplice pressione dell'indice. Ciò che restava della sua anima di ferro era uno sfilaccio rugginoso e corroso.Cosa aveva messo in quel cemento chi aveva giocato con le impastatrici e le vite degli altri? E cosa hanno messo in questi anni nel cemento delle nostre case, delle nostre scuole, dei nostri uffici? E quanto ci hanno guadagnato?
Paolo Clemente risponde da ingegnere, con la rassegnazione di chi, purtroppo, sembra sveli un segreto di Pulcinella. "Normalmente, i cattivi costruttori utilizzano sabbia di mare. Costa niente, rispetto alla sabbia da cava. Il problema è che, oltre alle molte impurità, è piena di cloruro di sodio. E quei cloruri, con il tempo, si mangiano il ferro. I margini di guadagno sono alti. Diciamo che fatto 100 il costo della costruzione, chi gioca con la qualità del cemento arriva a guadagnare fino a 50, 60. Chi costruisce a regola d'arte è al 30".
Paolo Buzzetti, mercoledì sarà all'Aquila con una propria commissione tecnica dell'Ance. L'associazione, oltre ad essersi offerta per la ricostruzione della Casa dello Studente, promette un'accelerazione: "Io non amo i processi sommari. Ma deve essere chiaro che non vogliamo difendere tutti. Che chi ha sbagliato, pagherà. Perché per questi signori non c'è spazio nell'Associazione. Chiederemo che venga reintrodotta una figura di controllo che accompagni la costruzione di un edificio dall'inizio alla fine. Evitando che i subappalti, da strumento necessario di duttilità, diventino il ricettacolo di furbizie e illegalità. Ma ci batteremo anche perché il Paese esca dalla logica del ribasso. Quella che spinge molti, pur di stare nel mercato, a costruire a prezzi impossibili. Ad abdicare alla qualità e alla sicurezza".
(10 aprile 2009)
Come già si è visto in passato, il "colpevole" di tanta morte e distruzione non è il terremoto, nè Dio che "permette" tutto questo.
Il "colpevole" è il peccato degli uomini.
Di quelli che, per AVIDITA', hanno costruito male le case.
E il peccato degli uomini solo gli uomini stessi possono impedirlo...
....semplicemente non commettendolo.
Ma esiste ancora il senso del peccato?
Abbiamo coscienza che quando pecchiamo è il Maligno che agisce dentro di noi?
Il Diavolo esiste e porta morte, sofferenza e dolore nel mondo attraverso il peccato degli uomini.
February 10
Non morta, ma uccisa
Adesso però vogliamo sapere tutto
Eluana è stata uccisa. Davanti alla morte le parole tornano nude. Non consentono menzogne, non tollerano mistificazioni. E se noi – oggi – non le scrivessimo, queste parole nude e vere, se noi – oggi – non chiamassimo le cose con il loro nome, se noi – oggi – non gridassimo questa tristissima verità, non avremmo più titolo morale per parlare ai nostri lettori, ai nostri concittadini, ai nostri figli. Non saremmo cronisti, e non saremmo nemmeno uomini.
Eluana è stata uccisa. Una settimana esatta dopo essere stata strappata all’affetto e alla «competenza di vita» delle sorelle che per 15 anni, a Lecco, si erano pienamente e teneramente occupate di lei. In un momento imprecisato e oscuro del «protocollo», orribile burocratico eufemismo con il quale si è cercato di sterilizzare invano l’idea di una «competenza di morte» messa in campo, a Udine, per porre fine artificialmente ai suoi giorni.
Eluana è stata uccisa. E noi osiamo chiedere perdono a Dio per chi ha voluto e favorito questa tragedia. Per ogni singola persona che ha contribuito a fermare il respiro e il cuore di una giovane donna che per mesi era stata ostinatamente raccontata, anzi <+corsivo>sentenziata<+tondo>, come «già morta» e che morta non era. Chiediamo perdono per ognuno di loro, ma anche per noi stessi. Per non aver saputo parlare e scrivere più forte. Per essere riusciti a scalfire solo quando era troppo tardi il muro omertoso della falsa pietà. Per aver trovato solo quando nessuno ha voluto più ascoltarle le voci per Eluana (le altre voci di Eluana) che erano state nascoste. Sì, chiediamo perdono per ogni singola persona che ha voluto e favorito questa tragedia. E per noi che non abbiamo saputo gridare ancora di più sui tetti della nostra Italia la scandalosa verità sul misfatto che si stava compiendo: senza umanità, senza legge e senza giustizia.
Eluana è stata uccisa. E noi vogliamo chiedere perdono ai nostri figli e alle nostre figlie. Ci perdonino, se possono, per questo Paese che oggi ci sembra pieno di frasi vuote e di un unico gesto terribile, che li scuote e nessuno saprà mai dire quanto. Con che occhi ci guarderanno? Misurando come le loro parole, le esclamazioni? Rinunceranno, forse per paura e per sospetto, a ragionare della vita e della morte con chi gli è padre e madre e maestro e amico e gli potrebbe diventare testimone d’accusa e pubblico ministero e giudice e boia? Chi insegnerà, chi dimostrerà, loro che certe parole, che le benedette, apodittiche certezze dei vent’anni non sono necessariamente e sempre pietre che gli saranno fardello, che forse un giorno potrebbero silenziosamente lapidarli. Ci perdonino, se possono. Perché Eluana è stata uccisa.
Sì, Eluana è stata uccisa. E noi, oggi, abbiamo solo una povera tenace speranza, già assediata – se appena guardiamo nel recinto delle aule parlamentari – dalle solite cautelose sottigliezze, dalle solite sferraglianti polemiche. Eppure questa povera tenace speranza noi la rivendichiamo: che non ci sia più un altro caso così. Che Eluana non sia morta invano, e che non muoia mai più. Ci sia una legge, che la politica ci dia subito una legge. E che nessuno, almeno nel nostro Paese, sia più ucciso così: di fame e di sete.
Ma che si faccia, ora, davvero giustizia. Che s’indaghi fino in fondo, adesso che il «protocollo» è compiuto e il mistero di questa fine mortalmente c’inquieta. Non ci si risparmi nessuna domanda, signori giudici. Ci sia trasparenza finalmente, dopo l’opacità che ci è stata imposta fino a colmare la misura della sopportazione. E si risponda presto, si risponda subito, si risponda totalmente. Come è stata uccisa Eluana?
Marco Tarquinio
Uno strano caso giudiziario
Una linea retta che all’improvviso impazzisce. E viene non solo deviata, ma completamente ribaltata con un colpo poderoso, che le imprime una direzione esattamente inversa a quella fin lì percorsa e che si collocava nella tutela costituzionale del diritto alla vita.
È il diagramma della vicenda giudiziaria di Eluana Englaro avviata 10 anni fa dal padre Beppino, che ha sempre chiesto di interrompere l’alimentazione effettuata via sondino nasogastrico. Nei primi sette anni ha collezionato sette sentenze contrarie in altrettanti tribunali della Repubblica di ogni ordine e grado. Finché gli stessi principi contenuti nella nostra Carta e per anni ritenuti validi per non concedere al padre l’autorizzazione a sospendere l’alimentazione, vengono improvvisamente capovolti nella sentenza dell’ottobre 2007 della prima sezione civile della Cassazione che con una singolare intepretazione riapre il caso, rinviandolo in Corte d’appello a Milano.
Da lì inizia il percorso a tappe che ha portato la giovane donna fino alla casa di riposo «La quiete» di Udine: il lunghissimo decreto della prima sezione civile della Corte d’appello milanese del luglio 2008 che autorizza il distacco del sondino e descrive con dovizia di particolari le fasi che dovranno portare alla morte della giovane.
Altri due passaggi successivi si collocano sulla stessa linea e dal punto di vista giudiziario chiudono la questione: il no della Cassazione del 13 novembre 2008 che respinge a sezioni unite il ricorso della Procura generale ambrosiana, dando l’ultimo via libera alla fine dell’alimentazione di Eluana. E la delibera del Tar regionale lombardo che cancella l’ordinanza della giunta Formigoni che aveva vietato agli istituti sanitari di Lombardia di accogliere la donna per l’esecuzione della sentenza. Sette no delle toghe contro un si, in sostanza. E altri tre pronunciamenti che spalancano la porta e oliano il percorso che porta Eluana a Udine. Non basta riassumere, occorre esaminare bene non solo l’iter giudiziario, ma conoscere meglio chi ha scritto decreti e sentenze. Perché la vicenda di Eluana Englaro, come fanno capire gli orientamenti espressi da alcune delle toghe coinvolte, introduce l’eutanasia a colpi di sentenze in Italia in assenza di una legge.
L'inizio di tutto. Partiamo dagli anni immediatamente successivi al drammatico incidente d’auto del 18 gennaio1992 a Lecco, nel quale, per un grave trauma cranico, la ventunenne Eluana viene rianimata, ma cade in stato vegetativo. Per la nutrizione le viene applicato il sondino. La giovane nel frattempo viene interdetta e, nel 1997, il padre viene nominato tutore. L’anno prima Beppino ha incontrato il neurologo Carlo Alberto Defanti, membro della laica consulta di bioetica, e lo porta nella clinica di Lecco a visitare la figlia. Egli sostiene l’irreversibilità delle condizioni di Eluana che, in quello stato, lo ha ripetuto anche in questi giorni, non sente più nulla e vive alla stregua di un vegetale. È sempre Defanti l’autore delle perizie del 1996 e del 2002, accolte dalla Corte d’appello di Milano lo scorso luglio.
Papà Englaro avvia a fine anni '90 la lunga battaglia legale per sospendere la nutrizione. Lo ispirano le convinzioni di medici e scienziati della Consulta, per i quali il sondino si configura come vero e proprio accanimento terapeutico e non un atto dovuto. È uno dei cardini sui quali si giocherà la battaglia nelle corti.
Le prime tappe, i primo «no». Il primo tentativo risale al 1999. Il 19 gennaio il padre-tutore chiede per via giudiziaria l’autorizzazione all’interruzione dei trattamenti vitali. Ovvero, sospendere l’alimentazione. La giovane, secondo il padre, si troverebbe infatti in uno stato contrario alle proprie volontà. Avrebbe espresso a genitori e ad amici qualora si fosse trovata in uno stato simile al coma, la volontà di morire. Ma il ricorso si conclude con il rigetto dell’istanza da parte del Tribunale di Lecco il 2 marzo 1999. Per i magistrati lecchesi non si può rifiutare l’alimentazione perché non è assimilabile a una cura. Nove mesi dopo arriva la conferma a opera della Corte d’Appello di Milano. Che il 31 dicembre 1999 scrive: «deve considerarsi l’assoluta prevalenza del diritto alla vita». Beppino Englaro non demorde. Ricomincia l’iter giudiziario per rifiutare l’alimentazione alla figlia. Ma ancora senza successo, perché la linea della magistratura lecchese non cambia. Al nuovo tentativo del tutore di ottenere l’autorizzazione a sospendere alimentazione e idratazione, fa seguito il rigetto del Tribunale il 20 luglio 2002. Confermato ancora una volta in Corte d’Appello a Milano il 18 dicembre 2003.
«Il ruolo giuridico del tutore – sostengono stavolta i giudici – non è compatibile con la compromissione del valore supremo della vita, la cui difesa è sottinteso generale dell’intero ordinamento giuridico». Contro la decisione, Englaro presenta ulteriore ricorso a Roma, in Cassazione. Ma anche la Suprema Corte, il 20 aprile 2005, respinge l’istanza perché manca «ogni contraddittorio sul miglior interesse della tutelata e impone la nomina di un curatore speciale che la rappresenti nella richiesta relativa alla sospensione dei trattamenti alimentati». In sostanza, in quanto semplice tutore e non curatore speciale dell’interesse di sua figlia, Beppino non può chiedere la sospensione delle cure.
Entra allora in scena uno dei protagonisti della svolta, l’avvocato Franca Alessio, nominata curatrice speciale. Lecchese, studio nella centralissima via Roma, dovrebbe fare lei da contraltare alle richieste di papà Englaro, tutelando gli interessi dell’assistita. Formalmente lui è reclamante e lei resistente. Ma il legale presta adesione alle istanze del tutore e collabora con il padre nel recuperare ad esempio le testimonianze delle tre amiche, alle quali Eluana avrebbe confidato in diversi momenti di preferire la morte allo stato vegetativo.
«Eluana mi ha parlato di Alessandro, un suo amico in coma per un incidente di moto. Mi aveva confidato che secondo lei era meglio se fosse morto perché quella non poteva considerarsi vita». Così testimonia Francesca Dall’Osso, oggi avvocato a Lecco. Altri episodi sono raccontati da Laura Portaluppi e Cristina Stucchi. C’era anche un quarto amico che è stato ascoltato, Nicola Brenna, anch’egli avvocato a Lecco. Ma la sua testimonianza non è stata messa agli atti. Ci risulta che a lui Eluana non avrebbe detto nulla al riguardo. Tuttavia le testimonianze non producono ancora esiti. La Corte d’Appello di Milano con il decreto del novembre 2006 conferma quanto già deciso dal Tribunale di Lecco l’anno prima e dichiara inammissibile il ricorso perché «nel caso di un paziente non più in grado di intendere e volere, occorre verificare la sua pregressa volontà». Qualora questa non sia certa, deve essere effettuato un bilanciamento tra diritto all’autodeterminazione e diritto alla vita che, «in base a dati costituzionali e normativi deve risolversi a favore del diritto alla vita e non della morte del soggetto».
Il 16 ottobre 2007: tutto cambia. Arriva il 16 ottobre del 2007. Data importante. A Roma accade qualcosa di nuovo e sorprendente: ribaltando la sentenza del 2005, la Sezione prima civile della Suprema corte, presieduta da Maria Gabriella Luccioli, annulla il decreto della Corte d’Appello del 2006 e rinvia tutto a un nuovo processo, sostenendo che il giudice può, su istanza del tutore, autorizzare la sospensione in presenza di due circostanze. Primo, la condizione di stato vegetativo del paziente apprezzata clinicamente come irreversibile e l’accertamento, sulla base di elementi tratti dal vissuto del paziente, che questi, se cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento.
Secondo i resoconti giornalistici, nulla lascia presagire l’esito finale. Anzi. Il sostituto procuratore generale nella sua requisitoria Caliendo, chiedendo il rigetto del ricorso di Englaro, ha esposto le argomentazioni accolte per sette anni dai tribunali: «Il trattamento al quale è sottoposta Eluana è difficile da qualificare come sanitario, in quanto si tratta soltanto della somministrazione del nutrimento. Il nostro ordinamento tutela più di ogni altra cosa, il valore supremo rappresentato dal bene della vita, ancor più del valore della dignità umana: la decisione se vivere e morire e come vivere e morire deve essere lasciata alle persone direttamente interessate e non ad altri».
Ma la presidente Maria Gabriella Luccioli, prima donna ad arrivare alla Suprema Corte e a ricoprire quella carica tra gli ermellini, vuole innovare. Come scrive il Corriere della Sera dell’11 luglio 2008, nella sua carriera ha già riscritto il diritto di famiglia a colpi di sentenze, probabilmente ora tocca al fine vita. E quel giorno di autunno ribalta tutto, sostenendo di attenersi al dettato costituzionale che tutela il diritto del paziente di non curarsi, in questo caso prevalente su quello alla vita. Il magistrato però dichiara, sempre al quotidiano milanese, quali sono gli obiettivi politici: «In effetti non esiste in Italia una legge sul testamento biologico, ma spetta ai parlamentari decidere cosa fare. Noi magistrati abbiamo fatto il nostro, non potevamo fare altrimenti. Adesso il legislatore faccia il suo. Se vuole».
A ruota la "sentenza" della Corte d'Appello di Milano. Le linee di indirizzo del procedimento ora sono cambiate. La sentenza del 9 luglio 2008 si inserisce nel nuovo solco. Primo, si accolgono solo le perizie mediche di Defanti che accertano l’irreversibilità di Eluana, senza ulteriori accertamenti. Soprattutto, viene autorizzata dalla corte presieduta da Giuseppe Patrone la sospensione dell’alimentazione, attenendosi alla raccomandazione della Cassazione di tenere conto, nella determinazione delle volontà di Eluana, «della sua personalità del suo stile di vita, delle sue inclinazioni, dei suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche». Quelle prove orali giudicate in precedenza generiche e insufficienti, divengono ora attendibili e indicative della volontà della paziente. Questa è la novità. Di conseguenza, davanti al prevalere della volontà, passa in secondo piamo il fatto che l’alimentazione non sia un atto terapeutico.
Il modo di determinare la volontà di morire con testimonianze lontane nel tempo è un’anomalia, commentano diversi giuristi, dato che nella nostra giurisprudenza la forma scritta è l’unica garanzia per una più certa formulazione della volontà.
La stessa Suprema Corte, ad esempio, nell’ambito del diritto di non curarsi di pazienti testimoni di Geova, ha riaffermato l’obbligo del medico di salvare la vita, anche contro la volontà del soggetto e le sue credenze religiose. In queste decisioni si legge che qualora il paziente si trovi in stato di incoscienza, la manifestazione del «non consenso» a un determinato trattamento sanitario, ancorché salvifico, dovrà ritenersi vincolante per i medici soltanto se contenuta in «una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà». Torniamo a Eluana .Siamo alle fasi finali della maratona giudiziaria. In agosto la Procura Generale ricorre in Cassazione contro il verdetto . Il 3 settembre la Regione Lombardia, rispondendo a una lettera di diffida dei legali della famiglia Englaro, afferma che il personale sanitario lombardo non può interrompere i trattamenti vitali per la paziente.
La Cassazione «si lava le mani». Il 13 novembre la Cassazione respinge il ricorso del procuratore milanese autorizzando definitivamente i medici a sospendere l’alimentazione. Il 26 gennaio 2009 il Tar lombardo si pronuncia contro la giunta regionale: non si può vietare alle strutture della regione di sospendere l’alimentazione, come previsto dalla Cassazione. È interessante notare che uno dei magistrati del Tar, Dario Simeoli, estensore della decisione in un articolo sulla rivista "Giustizia civile" del 2008 ha già affrontato il caso Englaro elogiando la sentenza della Cassazione perché prefigurava l’eutanasia passiva. Le norme impongono l’astensione dal giudizio in questi casi. Perché allora ha scritto la delibera? Resta uno dei quesiti da chiarire nella lunga e strana vicenda di Eluana nelle nostre aule giudiziarie.
Paolo Lambruschi
January 06
FERMATEVI SUBITO, FERMIAMOCI TUTTI!
28 dicembre 2008 - Pax Christi Italia
"Quello in corso a Gaza è un massacro, non un bombardamento, è un crimine di guerra e ancora una volta nessuno lo dice". P. Manauel Musallam, parroco a Gaza, 27 dicembre 2008 Un inferno di orrore, morte e distruzione, di lutti, dolore e odio si sta abbattendo in queste ore sulla Striscia di Gaza e sul territorio israeliano adiacente. A voi, capi politici e militari israeliani, chiediamo di considerare che insieme ai 'miliziani' di Hamas state colpendo, uccidendo e ferendo centinaia di civili palestinesi. Non potete non averlo calcolato. Non potete non sapere che a Gaza non esistono obiettivi da mirare chirurgicamente. Non potete non aver messo in conto che da troppo tempo è la popolazione di Gaza a vivere sotto embargo, senza corrente elettrica, senza cibo, senza medicine, senza possibilità di fuga. Le vostre crudeli operazioni di guerra compiono opera di morte su donne, bambini e uomini che non possono scappare né curarsi e sopravvivere, essendo strapieni gli ospedali e vuoti i forni del pane. Ascoltate i vostri stessi concittadini che operano nelle organizzazioni israeliane per la pace: "Siamo responsabili della disperazione di un popolo sotto assedio. Hamas da settimane aveva dichiarato che sarebbe stato possibile ripristinare la tregua a condizione che Israele riaprisse le frontiere e permettesse agli aiuti umanitari di entrare. Il governo d'Israele ha scelto consapevolmente di ignorare le dichiarazioni di Hamas e ha cinicamente scelto, per fini elettorali, la strada della guerra". FERMATEVI SUBITO! A voi, capi di Hamas, chiediamo di considerare che i vostri razzi artigianali lanciati verso le cittadine israeliane poste sul confine, sono strumenti ulteriori di distruzione e, per fortuna raramente, di morte, e creano inutilmente paura e tensione tra i civili. Sono una assurda e folle reazione all'oppressione subita, che si presta come alibi per un'aggressione illegale. Se foste più potenti, capi di Hamas, vorreste forse raggiungere i livelli di distruzione dei vostri nemici? E non essendolo, a che scopo creare panico, odio e desiderio di vendetta nei civili israeliani che vivono a fianco alla vostra terra? Quali strategie di desolazione, disumane e inefficaci, state perseguendo? FERMATEVI SUBITO! E noi donne e uomini che apparteniamo alla 'società civile', FERMIAMOCI TUTTI! Sostiamo almeno un minuto accanto a tutti i civili che soffrono. Alle centinaia di ammazzati palestinesi, che per noi non avranno mai nome e volto, come alla vittima israeliana. Alle centinaia di feriti palestinesi e ai fortunatamente pochi feriti israeliani. A chi ha perso la casa. A chi non può curarsi. E poi, tutti insieme, alziamo la voce: non è questa la strada che porterà Israele a vivere in pace e sicurezza. Non è questa la strada che porterà i palestinesi a vivere con dignità in uno Stato senza più occupazione militare, libero e sovrano. I media italiani in questi giorni hanno purtroppo mascherato una folle e premeditata aggressione -e soprattutto l'insopportabile contesto di un assedio da parte di Israele che per mesi ha ridotto alla fame un milione e mezzo di persone- scegliendo accuratamente alcuni termini ed evitandone altri. La maggior parte dei quotidiani e telegiornali hanno affermato che "è stato Hamas a rompere la tregua". Invece il 19 dicembre è semplicemente scaduta una tregua della durata concordata di sei mesi. L'accordo comprendeva: Il cessate-il-fuoco, la sua estensione nel giro di qualche mese alla Cisgiordania e la fine del blocco di Gaza. Questi impegni non sono stati rispettati da Israele (25 palestinesi uccisi solo dalla firma dell'accordo) e quindi Hamas non l'ha rinnovato. Ancor più precisamente, già ai primi di novembre, Israele aveva rotto la tregua con una serie di attacchi a Gaza uccidendo altri 6 palestinesi. Aiutiamoci allora a valutare criticamente le analisi spesso falsate dei media per dare maggior forza ad altre voci diventate grida: Solo poche ore fa, proprio a Gaza, il Patriarca di Gerusalemme celebrava la Messa di Natale riprendendo il suo Messaggio natalizio:"Siamo stanchi. La pace è un diritto per tutti. Siamo in apprensione per l'ingiusta chiusura imposta a Gaza e a centinaia di migliaia di innocenti. Siamo riconoscenti a tutti gli uomini di buona volontà che non risparmiano sforzi per spezzare questo blocco." La strada intrapresa invece, lastricata di sangue e macerie, condurrà la gente qualsiasi al macello. E i suoi capi alla sconfitta. In primo luogo alla sconfitta umana.
Pax Christi Italia 28 dicembre 2008
http://www.paxchristi.it/
December 23 Buon Natale e buone feste a tutti i visitatori di questo blog!
Il piccolo albero di Natale
"C’era una volta un piccolo albero di Natale che, quando parlava con mamma albero di Natale e papà albero di Natale, non vedeva l’ora di poter mettersi addosso le palline colorate, i festoni argentati e le lampadine. Sognava ogni notte il suo momento, entrare nel salotto buono, gustarsi i sorrisi gli auguri in famiglia, lasciarsi sfuggire una lacrima di resina dalla contentezza.
E venne finalmente il giorno del piccolo albero di Natale. Venne scelto quasi per caso tra tanti amici alberi di Natale anche loro. Pensava: "Adesso è venuto il mio momento, adesso sono diventato grande". Il viaggio fu lungo, incappucciato di stoffa bagnata per non perdere il verde luminoso dei rami ancora giovani. Tornata la luce, il piccolo albero di Natale si trovò nella casa di una famiglia povera. Niente palline, niente festoni, solo il suo verde scintillante faceva la felicità dei bambini che lo stavano a guardare con gli occhi all’insù, affascinati. Era il loro primo albero di Natale. Subito fu deluso, sperava di poter dominare una sala ricca di regali e di addobbi eleganti
Ma passarono i giorni e si abituò a quella casa povera ma ricca di amore. Nessuno aveva l’ardire di toccarlo.Venne la sera di natale e furono pochi i regali ai suoi piedi ma tanti i sorrisi di gioia dei bambini che per giorni erano rimasti a guardarli sotto il suo sguardo severo per cercare di indovinare che cosa ci fosse dentro. Venne il pranzo di Natale, niente di speciale. Venne Capodanno, con un brindisi discreto, ma auguri sinceri. E venne anche l’Epifania e il momento di andare via. Questa volta non lo incappucciarono. Lo tolsero dal vaso, gli bagnarono le radici e tutta la famiglia lo accompagnò verso il bosco. Era felice di ritornare con mamma albero di Natale e papà albero di Natale. Passando per la strada vide tanti suoi amici, ancora con le palline colorate e i fili d’oro e d’argento, che lo salutavano. Ma c’era qualcosa di strano, erano tutti nei cassonetti della spazzatura, ricchi e sventurati, piangevano anche loro resina, ma non per la contentezza. Chissà dove sarebbero finiti!
Ora il piccolo albero di Natale è diventato un abete grande e possente, ha visto tanti figli andare in vacanza per le feste. Qualcuno è ritornato, sano o con un ramo spezzato. Lui guarda da lontano la città dove i bambini del suo Natale lo hanno amato e rispettato. Perché è un albero di Natale, albero di Natale tutto l’anno, perché Natale non vuol dire essere buoni e bravi solo il 25 dicembre, perché Natale può essere ogni giorno. Basta volerlo come quel piccolo albero di Natale che ci tiene compagnia sulla montagna, anche se lontano, anche se non lo vediamo.
E c’era una volta e c’è ancora oggi, un albero di Natale. Sempre diverso e sempre uguale, quasi un caro amico di famiglia che si presenta ogni anno per le vacanze, le sue vacanze, da Santa Lucia all’Epifania. Grande, piccolo, verde o dorato, testimone di ogni Natale, un amico con il quale aspettare l’apertura dei regali e l’occasione buona per scambiarsi gli auguri, per fare la pace, per dirsi anche una parola d’amore. E tutti vogliamo bene all’albero di Natale, ogni anno disposti ad arricchire il suo abbigliamento con nuove palline colorate, un puntale illuminato e addobbi d’oro e d’argento. È cresciuto con noi, cambiato ogni anno, sempre più bello agli occhi di chi guarda, occhi di bambino, ma anche occhi di adulto che vuole tornare bambino. Per quei giorni di festa è lui a fare la guardia al focolare, a salutare quando si rientra a casa, a tenere compagnia a chi è solo. Una presenza che conforta, non solo nell’anima. È meglio se l’albero è di quelli con le radici, pronto a dismettere l’albero della festa e a compiere il suo dovere in mezzo ai boschi, a diventare grande, libero e felice."
Un altro natale è possibile
(Alex Zanotelli)
Un altro Natale è possibile: ci può essere ancora un Buon Natale! Con il Natale la vita vince nonostante tutto. Ogni bimbo che nasce è il segno che Dio non si è ancora stancato dell'umanità (Tagore). Viola, la perla bianca di Chiara nata nel cuore della ricca Brianza ha davanti a sé ottanta anni di vita (se tutto va bene) e una dote iniziale di 25.000 euro. Njeri, la perla nera di Rachele, nata nella baracca di Korogocho ha davanti a sé quaranta anni di vita (se tutto fila liscio) e una dote inziale di soli 250 euro. Due mondi, due bimbe, divise da un invisibile muro di vetro. La prima, Viola, fa parte del 20% dell'umanità che si "pappa" l'83% delle risorse mondiali. La seconda, Njeri, fa parte dell'oltre un miliardo di "esuberi umani" che devono accontentarsi dell' 1,4% delle risorse, costretti a vivere con meno di 1 dollaro al giorno: sono gli innocenti di cui si rinnova la strage oggi: e Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata perché essi non ci sono più. Milioni di bimbi muoiono di fame, malattie, aids: un bimbo muore di fame ogni due secondi, 11 milioni ne muoiono all'anno per malattie meno gravi di un raffreddore, centinaia di milioni non inizieranno neanche la prima elementare. Due mondi, due Natali. Il nostro è il Natale dell'opulenza, delle luci, dei regali del consumismo degli affari. E' un business senza fine, è uno shopping anche di domenica. Questo sfavillio di luci natalizie sembra un meraviglioso "acquario" in cui guizzano costosissimi pesciolini esotici. A scrutarlo centinaia di milioni di bimbi dal volto scuro che guardano affascinati l'acquoso ed esotico luccichio. Fino a quando la parete di vetro proteggerà il banchetto degli esotici pesciolini? Per assicurarci che la parete di vetro sia davvero infrangibile e ci protegga eternamente da quei visi sognanti di bimbi affascinati noi investiamo somme astronomiche in armi: Usa ed Europa nel 2003 programmano di spendere 750 miliardi di dollari. Un altro Natale non solo è possibile ma è urgente e necessario! Boicottiamo il Natale dei pesciolini esotici: il Natale dei consumi, dei regali, degli affari, un Natale "pagano" che ha ben poco da spartire con quel Bimbo che nasce in una mangiatoia alla periferia dell'impero, fuori dell'acquario anche lui indistinguibile volto nero in mezzo agli altri volti scuri. Diciamo no al consumismo vieppiù indotto e incentivato e diciamo sì alla festa natalizia della famiglia allargata a nonni, cugini, zii, nipoti ma anche alla famiglia dell'immigrato che lavora per noi o che ci è più vicino. Diciamo no al decadente e ripetitivo tango di regali, e diciamo sì ad un consumo critico, al regalo fatto in casa con amore e con le proprie mani, o a quello equo e solidale di lavoro fatto "in dignità". Diciamo no alla stupida pervasività televisiva e diciamo sì alle relazioni umane in famiglia, ritornando a raccontarci gioie e dolori e a riprendere confidenza con l'immaginario, la fiaba prendendo a cuore anche la bellezza del celebrare insieme il fascino del Natale. Diciamo no alla violenza e alla guerra e diciamolo con fierezza, e diciamo sì alla pace e alla nonviolenza con evidenza mettendo bandiere arcobaleno ai nostri balconi e camminando con uno "straccetto bianco di pace". Solo così il Natale ritornerà ad essere la festa della vita che farà rifiorire la speranza di un altro mondo possibile. Coraggio, dunque, ci può ancora essere un Buon Natale!
E' Natale
(Beata Madre Teresa di Calcutta)
E' Natale ogni volta che sorridi a un fratello e gli tieni la mano. E' Natale ogni volta che rimani in silenzio per ascoltare l'altro. E' Natale ogni volta che speri con quelli che disperano. E' Natale ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e le tue debolezze. E' Natale ogni volta che permetti al Signore di rinascere in te e poi lo doni agli altri.
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